Il Concorde era un mitico aereo da trasporto supersonico, prodotto da un consorzio anglo-francese e usato commercialmente solamente da due compagnie aeree: Air France e British Airways, per collegamenti ultra rapidi (Londra – New York in solo due ore, cinquantadue minuti e cinquantanove secondi) e costosissimi. Volò dal 1976 al 2003, e una delle ragioni che contribuì a scrivere la parola fine fu un disastroso incidente del 2000, ma il vero e principale motivo era che in realtà il progetto era finanziariamente un vero e proprio fallimento.
L’aereo più veloce del mondo era una enorme conquista dal punto di vista ingegneristico, ma i costi di manutenzione e i consumi erano esorbitanti, e le pur esose tariffe dei biglietti aerei non riuscivano a coprirli; il budget per la costruzione di un Concorde alla fine degli anni ’80 era di trenta miliardi di vecchie lire e la manutenzione dell’aereo prima di ogni volo richiedeva dalle 18 alle 20 ore, contro le 2 ore di un normale volo di linea. Che il progetto non potesse che produrre enormi perdite finanziarie, senza realistiche aspettative di recupero, fu evidente già dai primi anni di attività.
La domanda importante è: perché due governi tra i più potenti al mondo, in cui certamente non mancavano menti brillanti, ha portato avanti un progetto che era palesemente fallimentare per così tanto tempo? Ventisette anni nel business sono un’era geologica.
Perché per ben 27 anni nessuno ha voluto mettere fine a perdite così ingenti? Francia e Inghilterra hanno sistematicamente investito ogni anno grandi cifre che sapevano perfettamente non poter essere recuperate. Per quale motivo?
Perché nel progetto quei due governi ci avevano messo, per dirla in modo molto basico, la faccia; dicendolo in maniera più appropriata, perché nessuno è immune da un bias noto come sunk-cost bias.
Il sunk-cost bias è la tendenza a continuare ad investire tempo, soldi o energia in qualcosa che già sappiamo essere un’impresa perdente, e lo sappiamo perché vi abbiamo già perso una cifra che è impossibile, ormai, da recuperare.
Questo meccanismo spiega perché spesso la gente continua a rimanere seduta davanti a un film terribilmente noioso siccome ha già pagato il prezzo del biglietto al cinema, o rimane invischiata in relazioni tossiche che causano solo disagio e in cui ogni sforzo produce solo danni ulteriori, o continua per inerzia matrimoni che in realtà sono finiti da tempo.
Più hai investito in un progetto, più diventa difficile uscirne, e quanto più abbiamo dato segno pubblicamente del nostro entusiasmo, più difficile è prendere le distanze e interrompere il circolo vizioso.
Non avete idea di quanti musicisti, anche di talento, ho visto perdersi in questo modo: continuando percorsi che non stanno portando da nessuna parte, portando avanti con gli insegnanti rapporti che sono ormai deteriorati o esauriti, insistendo nello studiare seguendo certi principi tecnico/musicali senza verificare adeguatamente i reali progressi, per timore di essere messi di fronte alla necessità di una scelta. Scelta che potrebbe, però, salvarli. È un po’ come rimandare in eterno un accertamento medico che se fatto in tempo potrebbe fare la differenza tra avere salva la vita oppure no.
La sindrome del Concorde miete vittime anche sulla terraferma, nei conservatori, nelle case private e in sala da concerto. Vale la pena nascondere la testa sotto la sabbia e privarsi di un futuro come davvero lo vuoi?
Dove verifichi principalmente se ti trovi sulla strada giusta o se c’è bisogno di aggiustare il tiro? Sì, sul palcoscenico, non c’è luogo migliore per avere un feedback utile, ed è per questo che chi studia con me, per esempio, ci sale spessissimo, nelle occasioni più diverse, senza possibilità di defezione.
Funziona? Direi proprio di sì, e chi al principio cercava di sottrarsi, finisce col proporsi sempre più spesso per migliorare di più e meglio. Mettersi alla prova nonostante il timore è quello che distingue chi continua a muoversi da chi rimane fermo ai blocchi di partenza.
Tu, cosa scegli?





