Buio in sala, voci che si affievoliscono.
Ascolti il tuo respiro mentre l’addetto di palcoscenico ti guarda, e sai che tra pochissimo il suo braccio tirerà verso di sé la porta e ti lascerà spazio per fare quel primo passo verso il bel pianoforte che ti aspetta al centro del palco.
Solista, una parola che richiede spazio intorno e fa una coccola al tuo ego (perché tutti ne abbiamo uno e non è un peccato), ma restituisce anche il senso, appunto, della solitudine, di quella responsabilità che è solo tua e di nessun altro. Perché al pubblico interessa ben poco se ti hanno chiamato all’ultimo momento per una sostituzione, qualcuno ti ha fatto passare un brutto quarto d’ora oppure la tua vita se ne è appena caduta a pezzi: vuole che tu gli faccia vivere un’esperienza, una per cui valga la pena (o almeno valga il prezzo del biglietto, dice la crudele legge dello spettacolo).
Quel momento lì, quello delle mani fredde, delle farfalle nello stomaco, del mi sembra di non ricordare nulla, deve tenerti prigionier@ per sempre?
Ti assicuro che quando ti capiterà di poter suonare una decina di concerti di seguito, quelle sensazioni si smorzano parecchio… e no, non tirare quel sospiro di sollievo, perché non è la soluzione: quando mi è successo di entrare in palcoscenico senza alcuna sensazione, non ho mai suonato particolarmente bene.
Perché ci ostiniamo a voler evitare qualcosa che evitabile non è? Suonare “come quando sei a casa” accade, appunto, quando sei a casa; quando invece sei in pubblico non devi suonare come quando sei a casa, perché non lo sei e quel tipo di energia, semplicemente, non è sufficiente.
Quelle sensazioni sono in realtà utili perché, tra le altre cose, innalzano il tuo livello di attenzione e potenzialmente le tue capacità, ma tu devi smettere di interferire nel processo, e questa è una cosa che si impara.
È un po’ come quando, al mare, finisci dentro una corrente di risacca e, in preda al panico, tenti disperatamente di lottarci contro e nuotare verso riva, mentre la corrente ti trascina tuo malgrado in direzione opposta: è una lotta senza senso che aumenta l’ansia e ti fa sprecare un sacco di energie.
Quei sintomi che avverti nel retropalco, e all’inizio della tua esibizione, vengono da meccanismi rettiliani, inconsci, che non puoi controllare: semplicemente, accadono.
Quello che invece è sotto il tuo controllo è cosa fai tu con quei sintomi, prima e durante la tua esecuzione, e questo sì, buona notizia, non solo è sotto il tuo controllo ma ci puoi anche lavorare nel tempo.
Questa è la ragione che ci spinge, al León Piano Meeting, a far suonare in pubblico gli allievi quasi tutti i giorni e a inserire, vicino alle masterclass strumentali, le lezioni di stage training, per fornire gli strumenti che ti permettono di interrompere, e poi cambiare, quei meccanismi che sabotano le tue esecuzioni.
Se vuoi dare un’occhiata alla mia masterclass The Mindful Pianist, proprio all’interno del León Piano Meeting, puoi farlo qui.
Il palcoscenico, si impara. 😉





