Ho visto due ragazzi, anzi due giovani uomini, sfidarsi a chi per primo verrà a capo di una bellissima Sonata di Haydn. Si sono appena conosciuti per quel che so, ma pur cercando di superarsi a vicenda ognuno di loro è felice del progresso dell’altro. Forse potreste pensare che questo sia normale, invece secondo me non lo è: io lo trovo una delle meraviglie del mondo, di quelle meraviglie di cui tutti saremmo capaci se solo lo volessimo, se andassimo oltre, se comprendessimo davvero.
Sono cresciuta in un ambiente estremamente competitivo in cui, nella stragrande maggioranza dei casi, gli studenti venivano animati a una rivalità di segno negativo, mors tua, vita mea; il tpo di competizione in cui dietro una falsa condiscendenza si celava una ricorrente verità: ogni passo fatto da un altro era percepito come qualcosa di tolto a te, di quasi rubato, perché solo tu avevi il diritto di suonare quel pezzo, solo tu dovevi essere il migliore, se gli altri facevano qualcosa di buono era certamente marginale e non vedevi l’ora che qualcun altro saltasse giù dalla giostra, per caso o per scelta.
Anzi, vi dirò di più: alcuni insegnanti operavano proprio in modo tale da creare fra i propri allievi quel tipo di competizione, quella negativa… dicevano eloquentemente i latini: divide et impera. Siamo chiari, certo che esiste la competizione, e la competizione positiva e produttiva è bella e necessaria, è una sfida a migliorarsi costantemente e sentirsi vacillare un po’ il terreno sotto i piedi perché il tuo amico ha risolto un passaggio con cui tu ancora stai lottando ogni tanto fa bene, come fa bene una giusta dose di orgoglio e amor proprio. Ma creare attriti e inimicizie gratuitamente maneggiando senza troppi scrupoli le personalità dei ragazzi e i loro sogni e ambizioni, a volte tagliar loro le gambe per i motivi più diversi, è tutt’altra cosa.
La mia ultima insegnante invece aveva tra i suoi precetti fondamentali proprio questo: saper riconoscere il valore degli altri e se possibile farsi complice del loro miglioramento. Facevamo delle bellissime riunioni che lei chiamava “prove di concerto” ed erano sempre momenti di crescita profonda, musicale e umana; ci si ascoltava a vicenda, ognuno offriva ai suoi compagni quel che era arrivato a poter fare lì, in quel momento, quel giorno a quell’ora, niente di più ma anche niente di meno.
E quando vedi il tuo compagno che fino al mese scorso era in confusione totale risalire dalle ceneri e creare qualcosa, allora sei davvero felice per lui e allo stesso tempo cresce dentro di te uno stimolo pazzesco: voglio farlo anche io, voglio concedermi il lusso dello sforzo e scoprire fino a dove posso arrivare. Voglio ampliare sempre di più i miei limiti, accettandoli per poi superarli, voglio uscire dalla mia zona di comfort almeno ogni tanto.
Questa eredità me la sono tenuta, e stretta. Ho ricreato quello stesso spirito con i miei studenti e vedere che nascono delle amicizie, degli stimoli reciproci, vedere chi dà una pacca sulla spalla al compagno dicendogli “sei stato grande” mi riempie di una gioia infantile. Mi piace da morire sentire una delle mie alunne chiedermi “…y los muchachos qué tal?” perché da qualche tempo non incrocia i suoi compagni di classe.
88 tasti e tante vite: apprezzo ogni vostro errore ragazzi, perché quegli errori vi porteranno lontano se avrete il coraggio di rischiare e imparare da loro.





